LA SCHIAVITÙ TRA LE MURA DI CASA

Copertina_Mi devi crdereLa restituzione del Cantiere di Socioanalisi narrativa, a opera e cura di Sara Manzoli, avuto luogo a Modena con badanti che operano in quella parte del Paese, apre uno squarcio sulle condizioni di vita e di lavoro di questa mai troppo indagata categoria. Uno sguardo inedito, e per alcuni versi inquietante, su un mondo che gode di una estrema visibilità ma che contemporaneamente nasconde una dimensione del tutto misconosciuta. Oseremmo dire quasi negata, in uno di quei “tipici” particolari riflessi pavloviani di questa squinternata modernità, che cataloga come consuetudine un evidente stato di difficoltà, di manifesta subalternità.
I giardini, le piazze, gli studi medici pieni di persone anziane e spesso non autosufficienti, accompagnate da prestanti signore dal caratteristico accento straniero, li spingiamo nelle tranquillizzanti sfere del folklore urbano piuttosto che interrogarci su un “fenomeno” che di fenomenale non ha proprio nulla. Il mondo delle badanti, di queste lavoratrici sottoposte all’essenziale compito della cura con ritmi e orari da catena di montaggio primordiale, non è quell’universo di dedizione e missione che ci illudiamo di ravvisare; è anche, e di frequente soprattutto, un campione attendibilissimo di sfruttamento del XXI secolo con modalità medievali. D’altronde, cosa c’è di più antico e praticato che prendersi cura dei vecchi? Anche il concetto di cura, così radicato e sentito in ogni strato sociale delle comunità, ha subìto delle trasformazioni violente e definitive, di pari passo con lo scarto di umanità che le esigenze di produzione e consumo, sempre più pressanti in particolar modo nel mondo occidentale, hanno causato negli ultimi 30/40 anni. Il ciclo biologico di una persona, ormai indissolubilmente legato alla capacità di essere funzionale al modello di produzione capitalistico, nella sua fase crepuscolare diventa un peso, un oggetto ingombrante che esaurita la propria utilità non resta altro che disfarsene. Il loro determinante contributo, fornito all’inesistente welfare dalla “terza età”, in termini sociali, sostituendosi in qualità di nonni super-efficienti a babysitter altrimenti troppo onerose per i risicati redditi di moltissime giovani coppie italiane, così come economici, iniettando una parte consistente delle proprie pensioni negli striminziti salari di nipoti alle prese con disoccupazione e precarietà, può svanire una volta incamminatosi sull’inevitabile viale del tramonto. A quel punto entrano così in scena queste indispensabili figure di una quotidianità disagevole che abbiamo imparato a classificare come badanti. Perché in realtà fingiamo di conoscerle, per addomesticare le nostre coscienze altrimenti irritate da una molteplicità di contraddizioni irrisolte che caratterizzano la loro attività. A partire dal linguaggio, dalle definizioni grossolane e semplicistiche entrate in fretta nell’uso corrente ma che indicherebbero invece la discriminazione e la iniquità conservate al loro interno se solo fossero osservate con la dovuta attenzione. È ciò che succede in svariati altri settori, accomunati da una descrizione massmediatica superficiale e allineata con le peggiori tendenze subculturali che feriscono a morte la ragione ma tengono in vita i bilanci. Quindi si può parlare serenamente di “badante” ma non di “badato”, come logica imporrebbe. Non sono speculazioni pseudo-antropologiche fuori dal contesto reale nel quale queste dinamiche avvengono e si sviluppano. Sono altresì le esperienze dirette riportate negli incontri del Cantiere dalle lavoratrici-assistenti-infermiere-domestiche sottoposte troppo spesso a un regime di schiavitù istituzionalizzata. Le mura domestiche possono dunque essere una prigione, o più correttamente come in maniera puntuale sottolineato nel libro, una “istituzione totale”. Al pari del carcere o di qualsiasi altro dispositivo di controllo e coercizione. È solo la copertura fintamente umanitaria e pietistica offerta da Servizi Sociali, sempre più alle prese con faticose grammatiche aziendali piuttosto che con il rafforzamento del loro ruolo all’interno di un tessuto sociale in perenne stato di deterioramento, a renderle invisibili. Una parabola decadente alla quale non sfugge la maggior parte del Terzo Settore, resosi disponibile a una comoda sistemazione nella dimensione neoliberista dell’intervento sociale. Le storie, crude e vissute delle lavoratrici, estendono l’entità dello sfruttamento oltre la propria mansione. Raccontano una sfida continua alle immarcescibili sacche di razzismo che albergano nella normalità domestica come nella sfera istituzionale. La retorica sovranista ha fatto breccia in quella parte di popolazione pesantemente colpita e impoverita da un’economia monodirezionale ed escludente, sostenuta da una degenerazione politica che insegue facili capri espiatori per occultare il proprio fallimento. Badanti, fattorini, lavoratori agricoli, sono la oscena dimostrazione di nuove antiche forme di schiavitù che prendono corpo sotto i nostri occhi. Tollerate da amministrazioni e governi compiacenti con le modalità mafiose che regolano un mercato del lavoro modellato su un taglio sempre più classista e diseguale della società. Una ingiustizia accecante che ha ridotto il campo visivo anche a quelle realtà che avrebbero l’indispensabile compito di portarla alla luce e cancellarla. La cecità che ha così impeccabilmente raccontato José Saramago ha però forse coinvolto tutti e tutte noi, e l’emergenza pandemica nella quale siamo ancora immersi, ha l’indesiderato merito di avercela scaraventata addosso.

“Mi devi credere!” ha l’indiscutibile merito di affiancare un’analisi asciutta ed essenziale alle testimonianze di esseri umani che vivono letteralmente sulla propria pelle la barbarie di un falso progresso, di una reale sfrenata erosione dei diritti più elementari. Dei tanti che credevamo inattaccabili e inalterabili, faticosamente conquistati e alieni a qualsiasi ingannevole tentativo di mercimonio. Abbiamo visto al contrario come cedere anche di un solo millimetro alle lusinghe mercantiliste significa concedere praterie sconfinate di dignità. Un altro prezioso aspetto che emerge con chiarezza dal libro è pertanto lo status umano di donne provenienti da diversi angoli del pianeta e con i più diversi vissuti alle spalle, un caleidoscopio di saperi e conoscenze che dovrebbero essere irrinunciabili per una società minimamente solidale. E, se il termine non fosse abusato, davvero “moderna”. Inoltre, getta linfa vitale nelle fila di una parte della barricata segnata negli ultimi tempi dalla rinuncia e dalla rassegnazione, e non impegnata nel ricalibrare i propri strumenti di lotta sulle gigantesche manovre di ristrutturazione integrale che il capitalismo compie in continuazione. Approfittando della miopia con cui valutiamo i cambiamenti sostanziali avvenuti e che avvengono al centro del nostro campo di battaglia.
Mi devi credere, dovremmo crederci.

M.A.

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