I MURI INVISIBILI DELLA PALESTINA

Copertina_Dietro_frontiSamah Jabr è una psichiatra palestinese, nata a Gerusalemme Est nel 1976. Nella sua opera, “Dietro i fronti” edito da http://www.sensibiliallefoglie.it, comprensiva anche di un documentario, affronta un tema inedito, o comunque quasi mai indagato dall’interno, nella lunga e sanguinosa storia della occupazione israeliana. Un tema spinoso e complicato come quello della salute mentale, in un contesto nel quale i rapporti di forza sono oscenamente squilibrati. Tutti a favore di una potenza militare e politica che da settant’anni reprime una intera popolazione e la scaccia dalla propria terra. Una guerra ininterrotta, se non con ciclici aumenti della intensità repressiva, che ha seminato odio e terrore e causato morte esilio e deportazione.
Sul conflitto israelo-palestinese si sono spese tante parole quante le bombe e le prepotenze commesse in nome di una fantomatica Terra Promessa. Una terra già abitata e destinata ad altri per volere imperiale. Una violazione continua e reiterata dei diritti fondamentali dell’ONU e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che ha attraversato tutta la metà del Novecento e persevera ancora in questo squarcio di millennio. Fiumi di inchiostro che non sono stati sufficienti per fermare massacri e stragi impunite. Come in un qualsiasi classico copione dell’imperialismo, a essere perseguitata è stata la Resistenza alla sopraffazione e al sopruso, e non le ingiustizie che l’hanno generata.
Samah Jabr lavora e opera da anni nei Servizi di Unità governativa di Salute Mentale della Cisgiordania. La sua testimonianza è dunque frutto di una esperienza diretta, non filtrata da analisi distopiche o dalla partigianeria della militanza. Come se questa, poi, fosse di per sé un limite, una colpa di cui scusarsi o un’aberrazione da cui prendere le distanze. La psicoterapeuta palestinese, nella esposizione di tematiche complesse, indipendentemente dalla dimensione storica politica e sociale in cui si evolvono, rivela una lucidità che emerge con veemenza da tutti i suoi scritti. Ci restituisce un vissuto drammatico e di estrema sofferenza con una scrittura asciutta, chiara e lineare. Che racconta il pathos di un intero paese, divenuto suo malgrado il simbolo della oppressione, senza indugiare sul patema. Rinunciando razionalmente a una narrativa patetica della prevaricazione. Pertanto questo è un aspetto “sorprendente” e piacevole di tutta l’opera dell’autrice, un elemento significativo alla pari della sua attività professionale. Le due componenti si integrano nella struttura letteraria così come nella lotta quotidiana per la dignità e la sopravvivenza. Perché la vita nei territori occupati si avvicina più all’inferno che a una esistenza degna.
La prospettiva utilizzata si colloca esattamente in tale direzione, secondo il punto di vista di chi subisce non solo le conseguenze devastanti di una invasione a tutti gli effetti, ma anche lo stigma l’emarginazione e la discriminazione per una condizione psicofisica da essa determinate. La tortura e le sistematiche multiformi violenze esercitate impunemente e perennemente dal governo israeliano, oltre a colpire qualsiasi palestinese abbia avuto l’incoscienza e l’insolenza di metterne in discussione la legittimità – invero accettata servilmente dai 3/4 del pianeta rappresentati nel Palazzo di Vetro – puntano a propagare nella società paura e rassegnazione. Sono numerosissimi gli episodi di vero e proprio terrore, perpetrato con la scientifica finalità di procurare invalidità permanenti ancorché con la eliminazione fisica, diretti “pedagogicamente” alla cittadinanza.
Nel caso della Palestina, conosciamo molto bene la genesi e il radicamento della resistenza nelle viscere più profonde della intera comunità, che con orgoglio ne rivendica cause e azioni. Anche le meno comprese e comprensibili, per la efferatezza o la “spettacolarità” con cui vengono eseguite, da buona parte dell’Occidente, rinchiuso nella rassicurante e consolatoria versione mediatica propinata dalla classe dominante. La quale coincide perfettamente con la irreversibilità messianica dello stato di Israele di garantirsi una terra a scapito di chi già la occupa legittimamente da millenni. L’autrice però non concede sconti a niente e a nessuno. Rivendica il suo status identitario, evitando di scomodare torbide elucubrazioni pseudo-nazionaliste, e sorprende di nuovo per la solida diga culturale che oppone alla piagnucolante piena di solidarietà per un popolo che ha finalmente messo fine alla sua millenaria peregrinazione.
Sempre dimenticando però, con colpevole mancanza, che ora quello stesso popolo costituitosi Stato per volontà divina e sopruso imperialista, massacra e costringe un altro popolo a confini ripetutamente violati; ne desidera la estinzione. Materiale e ideale. Le responsabilità della parte progressista, o per lo meno critica della società israeliana, per Jabr mai davvero netta nel denunciare i crimini delle varie amministrazioni dure o “dialoganti” che si sono succedute dal ‘48 a oggi, si situano accanto ai gravi errori e alle enormi nefandezze commesse dalla Autorità Nazionale Palestinese. Spesso per compiacere il potente vicino, o per ammorbidirne l’arroganza con la spregiudicata illusione di una qualche concessione in vista di un altrettanto illusorio accordo di pace. Gli evidenti fallimenti di tutte le trattative condotte finora, da Camp David fino ad Annapolis passando per Oslo, pomposamente annunciate come propedeutici a un imminente processo di pace, dimostrano in modo chiaro e inequivocabile quanto siano immutati e immutabili i rapporti di forza. La costruzione del muro, il costante avanzamento dei coloni, le file interminabili ai check-point, Gerusalemme capitale mai riconosciuta, la palese condizione di apartheid; sono solo alcune disumanità tra le più macroscopiche del criminale sodalizio tra dominio e colonialismo. Sviluppato e riprodotto nelle modalità tragicamente tipiche della oppressione, come nelle recondite forme del saccheggio. Anche in questo caso, sia materiale che culturale.

Samah Jabr ci sottopone innanzitutto a una rigorosa revisione del nostro eurocentrismo, inconsapevole o meno, dinanzi le turpi contraddizioni di un conflitto deflagrato in una striscia di mondo ma che tutto il mondo è tenuto a osservare. Ci obbliga a uno sguardo d’insieme soffermandosi sulla particolarità di argomenti occultati. Sottratti al dibattito pubblico, per un verso come lo fu qui ai tempi della lotta per la chiusura dei manicomi. Franco Basaglia ha dovuto combattere contro la dogmatica visione del controllo e della coercizione che si innestava in una concezione ultra-classista della società. Da un lato, paradossalmente sostenuta anche da una parte dell’allora maggiore forza politica di sinistra europea. Concezione basata su un colonialismo che non aspira esclusivamente alla conquista di territori, ma anche, e oseremmo dire, soprattutto, alla occupazione dell’immaginario e alla egemonia culturale. Tra l’altro ribaltando così, a proprio vantaggioso esito e a depapeuramento altrui, la granitica analisi gramsciana disgraziatamente mai del tutto assimilata e tramutata in prassi.
La stessa concezione, in definitiva, che permette di innalzare muri invisibili e invalicabili in Palestina come in ogni angolo del pianeta.
Dietro i fronti, con la coscienza in prima linea.

M_A_

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