TORTURA, IL LATO OSCURO DELLA NOSTRA COSCIENZA

Queste tristissime storie ci fanno vedere bene come la tortura sia ripugnante non soltanto per ciò che fa sul momento alle persone ma, proprio per le sue caratteristiche lesive dell’identità e per le ombre che questo comporta, anche per la devastazione delle relazioni e dei riferimenti propri che ciascun essere umano porta con sé.”

Tortura. Una pratica indicibile - Maria Rita Prette - Editore: Sensibili alle Foglie

l’Italia non ha ancora una legge sulla tortura. Se ne parla da tempo, soprattutto dopo la condanna di Strasburgo http://www.repubblica.it/politica/2017/03/13/news/consiglio_europa_reato_tortura-160472614/ sulle violenze alla scuola Diaz a Genova, nel luglio del 2001.

Se ne parla, e spesso a sproposito, senza che ci si metta seriamente mano per trasformare un “sentire comune” in legge, per l’appunto.

In realtà, sono troppe e forse insormontabili le difficoltà che impediscono questo scatto di civiltà al nostro paese. E vanno ricercate soprattutto nello scarto tra Diritto e pratiche illegali esercitate con il benestare delle alte sfere istituzionali. Nel libro di Maria Rita Prette, “Tortura” con sottotitolo “Una pratica indicibile”, ed. Sensibili alle foglie, si affronta questa tematica scabrosa.

E si scopre che la vergognosa storia di torturatori al soldo dello Stato non è cronaca recente. Affonda le sue radici tra la fine degli Anni 70 e gl’inizi del decennio successivo, quando lo sforzo per reprimere ed eliminare definitivamente gli ultimi focolai di lotta armata si tramutò in un apparato parallelo e al di sopra della legge. Una prassi ordinaria, tipica di quegli anni, alimentata sostenuta e finanziata in nome della “guerra al terrorismo”.

E in nome di quella guerra si applicarono metodi di tortura utilizzati e resi tristemente noti in precedenti conflitti; in Algeria, in Palestina, in America Latina.

Esisteva già una esauriente didattica della umiliazione e della disumanità che avrebbe soddisfatto la bramosia di vendetta di gruppi interni ai corpi militari dello Stato e da questo coperti e coccolati. Fino ai nostri giorni.

Il libro ripercorre infatti una serie di casi, documentati e documentabili, che vanno dai primissimi anni 80 per arrivare a quelli più recenti; Stefano Cucchi, solo per citarne uno che racchiude in sé forse il peggio di questa ennesima storia negata. L’indicibile è ciò che la caratterizza, unito all’omertà del Palazzo e della cittadinanza.

Gli abusi, al contrario del reato di tortura, hanno avuto il conforto della legge. L’accanimento del 41-bis va esattamente in questo direzione. Con il pretesto della lotta alle mafie, sacrosanta se fosse tale, si deroga legge e diritto.

C’è però un aspetto molto significativo sul quale l’autrice getta uno sguardo e che dovrebbe interrogare tutti noi; la inadeguatezza culturale nell’affrontare un tema centrale come questo.

O per lo meno così dovrebbe essere in una civiltà che si vuole “avanzata”.

La legittimazione della tortura passa per la necessità di farne ricorso, dopo aver sapientemente costruito una o più soggettività a cui sottoporla.

Siano esse, a seconda del momento storico, “terroristi” mafiosi immigrati tossicodipendenti e via di questa generalizzazione della diversità.

Alla quale danno il loro particolare contributo molti organi d’informazione, preoccupati di dar conto alla propria tiratura soffiando costantemente sul fuoco della paura e del terrore.

Una uniformità del pensiero che renda quindi inevitabile e addirittura indispensabile perseguire il crimine con ogni mezzo necessario. Il focus si sposta così dal Diritto per arrivare alla malvagità dei soggetti, un criterio infallibile per cui qualsiasi metodo è valido per ristabilire la legalità. Anche il più illegale.

Poco importa se nel mezzo rimangono imbrigliate persone che con i reati a loro ascritti poco o nulla c’entrano; le buone maniere serviranno a estorcere qualsivoglia confessione o delazione. Nel caso vada bene, altrimenti ci si può anche rimettere la pelle. Nel buio delle celle o in stanze “sconosciute” – quando non denudati al gelo della notte in attesa di finte esecuzioni – le grida per le violenze subite non vanno oltre quei volti incappucciati che si accaniscono su corpi inermi, immobilizzati o finanche appesi alla mercé della bestialità fatta istituzione. E non vanno oltre neanche il muro d’indifferenza che poche voci hanno avuto il coraggio di abbattere.

Si continua quindi così, giustificando le atrocità per la salvaguardia della nostre democrazie. Siano quelle commesse nelle carceri speciali, dove erano rinchiusi prigionieri politici, siano quelle di Genova del 2001 o di Abu Ghraib; la fascistizzazione della divisa a difesa della “democrazia” è sempre tollerata e vista di buon occhio.

E soprattutto impunita.

M.A.

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